Sono quasi certa che nelle nostre case viva un piccolo mostro del disordine, non uno di quelli enormi e ingestibili, ma uno silenzioso, furbo, che cresce piano piano mentre noi facciamo finta di non vederlo.
Per la mia amica Laura, quel mostro abita
nell’armadio.
Laura ama i vestiti, ha gusto, occhio per i dettagli,
sa abbinare colori e tessuti come poche persone. Ogni tanto compra un cappotto
speciale trovato in un mercatino, una camicia di lino perfetta per l’estate, un
maglione morbido che “prima o poi metterà”.
Il problema è che, a forza di aggiungere, il suo
armadio è diventato un territorio ostile; ogni mattina apre le ante e viene
travolta da pile di maglie, abiti di stagioni diverse, jeans dimenticati,
grucce incastrate tra loro. Ci sono capi bellissimi che non vede da mesi, alcuni
hanno ancora il cartellino, altri li ricordava completamente diversi.
Eppure, nonostante tutto quello spazio occupato,
finisce quasi sempre per mettere le stesse cose: una camicia bianca, due paia
di jeans, la solita giacca che trova al primo colpo ed il resto rimane lì, come
un rumore di fondo.
La cosa più stancante per Laura non è nemmeno il
disordine in sé, è la sensazione che provoca, perché ogni volta che apre
quell’armadio, non vede possibilità, vede fatica, confusione e decisioni
rimandate da mesi.
“Dovrei sistemarlo.”
“Dovrei togliere qualcosa.”
“Dovrei organizzarmi meglio.”
Ma più il caos cresce, più le viene voglia di chiudere tutto e rimandare ancora, ed è proprio così che funziona il disordine. Raramente arriva all’improvviso, di solito inizia con qualcosa di piccolo ma fastidioso: un cassetto troppo pieno, una mensola ingestibile, un armadio che richiede troppa energia mentale.
All’inizio pensi: “Ci penserò nel weekend,” poi passano settimane e quel piccolo fastidio diventa una presenza costante.
Il punto è che spesso non è pigrizia, è resistenza. Laura
non evita l’armadio perché non le importi dei suoi vestiti, lo evita perché
affrontarlo le sembra enorme, emotivamente pesante, quasi impossibile da fare
“bene”.
Ecco che entra in gioco il perfezionismo. Perché,
quando pensiamo di dover sistemare tutto in modo impeccabile, piegare
perfettamente, fare ordine definitivo, creare un guardaroba da rivista, finiamo
per non iniziare affatto.
Eppure, il mostro del disordine perde forza nel
momento in cui smettiamo di combattere la realtà e iniziamo a costruire
soluzioni praticabili, non perfette. Laura non aveva bisogno dell’armadio
ideale, ma semplicemente di un armadio vivibile.
Così ha iniziato con cose molto semplici: ha tolto i
vestiti fuori stagione mettendoli in scatole separate, ha creato una sezione
solo per i capi che usa davvero ogni settimana, ha appeso gli outfit già pronti
per il lavoro o per le uscite veloci.
E, soprattutto, ha smesso di conservare vestiti che rappresentavano sensi di
colpa.
“Quando dimagrirò.”
“Quando avrò l’occasione giusta.”
“Quando tornerà di moda.”
Ogni oggetto che resta senza avere una funzione reale
occupa spazio fisico, ma anche mentale. La verità è che un armadio troppo pieno
spesso ci fa sentire come se non avessimo niente.
Questo accade perchè l’eccesso confonde, nasconde, sovraccarica.
Piccoli accorgimenti concreti che possono aiutare quando ci si sente sopraffatti
·
iniziare da una sola categoria, non da tutto l’armadio insieme;
·
dividere i vestiti in “metto spesso”, “forse” e “mai”;
·
tenere a portata di mano solo la stagione attuale;
·
eliminare i doppioni inutili;
·
usare grucce uguali per dare immediatamente più ordine visivo;
·
preparare alcuni abbinamenti già pronti per le giornate più caotiche;
·
darsi il permesso di non fare tutto in una volta.
Perché l’obiettivo non è avere una casa perfetta, è
creare spazi che ci facciano respirare meglio.
A volte il disordine non nasce dal troppo poco
controllo, ma dal “troppo giudizio” verso noi stesse. Ecco perché il primo
passo non è organizzare tutto, ma smettere di sentirsi in colpa ogni volta che
si apre quell’anta.
Una domanda per te
Ora, guarda la tua casa per un momento, c’è un piccolo
“mostro del disordine” che stai evitando anche tu?
Magari non è un armadio, forse è quel mobile pieno di
carte, una sedia sommersa dai vestiti, il ripostiglio che apri trattenendo il
fiato. Ricorda, non serve risolvere tutto oggi, ciò che è davvero importante è
dare un nome a quel fastidio.
Spesso basta
parlarne per accorgersi che siamo tutti sulla stessa barca.
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