mercoledì 18 gennaio 2012

IL PIANTO DEI BAMBINI


Il pianto di un figlio crea angoscia in tutti i genitori, poiché viene per lo più associato ad uno stato di malessere del bambino.
Tutti i bambini piccoli piangono in media 2 ore al giorno, anche se sono sani e senza problemi, poiché il pianto è l’unico modo che hanno per attirare l’attenzione.
E’ chiaro che quando il bambino  piange perché ha fame, sete, accusa dolore, è eccessivamente stimolato, ha bisogno di essere cambiato, il genitore deve senz’altro porvi rimedio.
La maggior parte dei genitori sopporta a fatica il pianto del figlio, perché li fa soffrire, e finiscono così per intervenire qualunque sia l’origine del pianto, allo scopo di placarlo.
In questi frangenti si fanno prendere dall’ansia, dall’angoscia, dall’insicurezza, sentimenti che il bambino percepisce e che peggiorano il suo malessere; questo perché spesso il pianto smuove nel genitore emozioni collegate al suo vissuto come; senso di colpa o inadeguatezza, disperazione, rabbia, paura.

Essenziale per un genitore è provare a distinguere  tra quelli che sono i suoi bisogni (es: far cessare le sensazioni sgradevoli, che il pianto provoca in lui) e quelli del bambino.
Solo in questo modo è possibile mettere in atto azioni che si pongono come fine il vero bene del bimbo.
Per chiarire quanto ho affermato riporto un esempio tratto dal libro ‘ I no che aiutano a crescere di Asha Phillips’ :

"James è vivace e sensibile agli stimoli dei genitori, passa molte ore sveglio, si fa coccolare dalla madre, insomma è un bambino delizioso. Però detesta essere messo nella culla e piange appena perde il contatto con la madre. Dorme poco e quindi nemmeno Ellen dorme abbastanza. Il risultato è che sono esausti , e di conseguenza diventano irritabili. Quello che all’inizio era un contatto piacevole si trasforma, per Ellen, nell’incapacità di separarsi dal figlio.
Una sera il padre arrivò a casa prese James e lo mise nella culla, malgrado le sue proteste, e lo lasciò piangere un po’, finchè si addormentò profondamente e più tardi si svegliò fresco e riposato".

Ellen prendendo sempre in braccio il figlio non appena piange, rafforza in lui la sensazione di non farcela a stare nella culla e che solo le braccia della mamma sono un posto ottimale.
Mettendolo nella culla gli si fa capire che invece è un luogo comodo e sicuro, il migliore per dormire.
Lasciandolo piangere e lamentarsi Ellen ascolta le sue proteste, mantenendo dentro di sé la convinzione che quella è la cosa più giusta innanzitutto per James.
Perseverando  trasmetterà queste sensazioni al bambino che rafforzerà così il suo senso del sé.
Concludo ed evidenzio che l’intervallo tra il pianto del bambino e la risposta che gli viene fornita è essenziale per il suo sviluppo.
Nell’intento di essere genitori perfetti si tende a soddisfare troppo presto i suoi bisogni, allo scopo di mettere fine alla sua ‘sofferenza’.
Priviamo così il bambino  di un’ importante occasione di crescita emotiva, la sola che potrà consentirgli di sviluppare la capacità di attingere al proprio interno e sviluppare le proprie risorse per vincere la frustrazione e l’attesa, senza aspettare che siano gli altri a dovere provvedere.

‘’Secondo la direzione data al giovane virgulto, così crescerà l’albero’’. Alexander Pope

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