lunedì 3 settembre 2018

Depressione: sofferenza o soluzione?


Ho scelto di dare a questo post il titolo di un libro piccolo e ricchissimo di contenuti che ho letto durante l'estate: "Depressione: sofferenza o soluzione?"  di Chiara Tartaglione (potete acquistarlo QUI). 
Il termine depressione ormai è entrato a fare parte del linguaggio comune e quotidiano spesso solo per identificare uno stato di tristezza, un periodo down, un momento di delusione oppure di stanchezza.
Ci sono talmente tanti "depressi" o definiti tali che la condizione è diventata quasi "normale" per cui ci si limita ad aspettare che passi, a ricorrere alle famose goccine che anestetizzano il dolore, oppure a vari rimedi erboristici, sedute di meditazione, yoga o quant'altro, che sicuramente possono alleviare i sintomi ma non risolvono il problema che richiede una comprensione reale e profonda.

Questo libro mi ha offerto una chiave diversa, la possibilità di guardare alla "depressione" con uno sguardo nuovo, quello della psicoanalisi, che considera il dolore psichico come un'occasione per indagare il perché di ciascun particolare tormento.

D'altronde chi di noi nella vita non  ha mai attraversato un periodo buio? 

Per me lo è stato dopo la nascita del primo figlio, un periodo davvero difficile e ritrovare in questo libro le tracce del percorso che allora decisi di intraprendere, mi ha fatto capire quanto sia stata "positiva" per me quella depressione post-parto.


Ma cosa è la depressione?


La questione centrale nella depressione è la difficoltà ad esprimere i propri vissuti emozionali e di affrontare il proprio malessere attraverso la parola.
Il vuoto è il sentimento interiore cronico con cui il soggetto depresso si trova confrontato, sostiene l'autrice di "Depressione: sofferenza o soluzione". Spesso questo vuoto viene localizzato nello stomaco e procura un fastidioso senso di angoscia.
Accidia, noia, vuoto, rifiuto e contestazione senza oggetto sono i tratti della malattia che nell'uomo e nella donna del nostro tempo rappresenta il riflesso della cultura in cui siamo immersi.
Una sensazione di vuoto che fa da contraltare alla mania consumistica moderna, illusi come siamo di poter colmare quel vuoto con gli oggetti, con le mille attività, con il cibo, con i farmaci e dipendenze di ogni genere.
In realtà si tratta di comportamenti riempitivi che ci impediscono di condurre una vita interessante e serena; un obbligo più che una scelta.

Crediamo che la felicità si trovi al di fuori di noi, che dipenda dal fatto che ci manchi qualcosa quando invece abbiamo sin troppo.

Emancipazione, esclusione dell'altro, individualismo, autonomia e libertà sono i valori che il messaggio sociale promuove come slogan, valori che puntano a degradare quel vuoto che causa la spinta verso l'altro, un vuoto che si presta ad essere interrogato, che possa motivarci nella ricerca del senso del nostro malessere per aprirci la via verso l'inconscio ed il desiderio.
Proprio quel desiderio di vivere che è al contempo slancio e apertura, quella fonte di creatività che ci permette di assaporare fino in fondo ogni singolo giorno della nostra vita.

Invece cosa ne facciamo di quel vuoto? Lo vogliamo curare con l'oggetto, ricorrendo al farmaco, ad un nuovo acquisto, un'abbuffata di cibo spazzatura.

Psicoanalisi e depressione


Durante il mio periodo di depressione post parto sentivo il bisogno di parlare con qualcuno che potesse accogliere il vissuto di quel periodo: avevo tutto ciò che desideravo ma non ero felice, il malessere che provavo non era giustificato. 
Fu Laura, un'ostetrica che conobbi via web ( e che poi ho incontrato personalmente) la depositaria delle mie "confessioni", e fu lei a consigliarmi di cercare un sostegno, un aiuto professionale che potesse aiutarmi ad indagare le cause reali di questo malessere.

Non avevo gli strumenti per farlo da sola e sapevo che Laura aveva ragione. 
Ero arrivata ad un punto della mia vita in non sapevo più chi ero, cosa desideravo. Ero una mamma ed una moglie soddisfatta della propria famiglia ma al tempo stesso sapevo che non poteva esaurirsi lì la mia vita, fra le ristrette mura domestiche.
Avevo avuto una gravidanza con qualche problemino, un travaglio lungo e movimentato terminato con un cesareo che mi aveva lasciata spossata e debilitata. Riprendermi da una gravidanza difficile, un parto complesso ed un post parto complicato da febbri e ripetuti cicli di antibiotici aveva aggravato la situazione, soprattutto considerato che mi ero ritrovata di punto in bianco a casa da sola con un bambino piccolo da accudire e zero aiuto. Mio marito faceva quel che poteva ma lavorava tutto il giorno ed il carico più grosso era sulle  mie spalle.
Non ero davvero preparata a tutto ciò. Ero delusa e amareggiata.
Guardavo al mondo che mi circondava con occhi diversi, non mi sentivo capita da nessuno né dai famigliari né soprattutto dalle amiche, mi sentivo sola, una solitudine ed un vuoto mai provati prima di allora. 

Avevo perso la mia vita di prima, ma al contempo non riuscivo ad adattarmi a quella nuova.

Anche la psicoanalisi così come la psicologia constata che l'esperienza del rifiuto, della perdita, di un fallimento, di una delusione possono rappresentare l'occasione di uno scatenamento depressivo, la psicoanalisi però pone al centro della sua riflessione l'incapacità del soggetto di tollerare questo senso di vuoto che la nostalgia della perdita lascia.

L' esperienza clinica -spiega l'autrice- indica che la situazione più diffusa che precede lo scatenamento depressivo è rappresentato dalla perdita dell'oggetto d'amore, quell'amore che offre al soggetto l'illusione della completezza ideale e che gli rivela l'inganno che l'amore maschera ossia quello di essere un tutt'uno con l'altro, talmente uniti da non esserci più spazio per una propria individualità.

La perdita che avviene nel mondo circostante il soggetto è quindi la causa scatenante della depressione, che svuota il mondo stesso di senso, lasciando il soggetto in uno stato di inerzia, completamente scaricato, senza una propria identità.

La psicoanalisi ci insegna invece che la ricerca di comprensione su ciò che ci accade rappresenta una responsabilità che il soggetto deve assumersi. 
Il dolore psichico diventa quindi un'occasione per indagare i nostri desideri più inconsci a partire dalla domanda così scontata anche se oramai rara, sul perché di quello scontento, rifuggendo così dagli oggetti "tappo" (cibo, beni di consumo, droghe etc) che invece eliminano la possibilità di fare i conti con la sofferenza per interpretarla.

Ognuno è chiamato a trovare il proprio Cammino alla ricerca di se stesso.

Sono riemersa dal mio periodo buio con una conoscenza più profonda delle mie dinamiche interiori e soprattutto con le idee più chiare riguardo i miei desideri. Mi sono iscritta all'università e, come ho raccontato QUI, mi sono laureata a 33 anni in  Scienze della Formazione, poi ho aperto il blog e tutt'ora mi impegno per trarre il meglio da ogni giorno.
Non è facile, in fondo l'equilibrio non è mai per sempre ma va ricercato ogni giorno, tutto cambia e si modifica costantemente.

Ciò che ho capito è che da soli non si va da nessuna parte, quando è il momento occorre farsi aiutare in modo serio e competente, e che uno dei tesori più grandi che la vita ci possa offrire è la vicinanza di un buon amico che sappia ascoltare e parlare in modo aperto e sincero.

E voi, come affrontate i vostri periodi bui?


*tutti i contenuti sono interamenti tratti dal libro "Depressione: sofferenza o soluzione?"  di Chiara Tartaglione. 

Chiara Tartaglione è psicoanalista membro Alipsi (Associazione Lacaniana Italiana di psicoanalisi), psicoterapeuta, docente IRPA (Istituto di Ricerca in Psicoanalisi Applicata) e responsabile di Jonas Pesaro (Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi).



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4 commenti:

  1. Molto interessante, non conoscevo questa autrice. Personalmente trovo che dedicarmi alle mie passioni sia un grande aiuto, un abbraccio e buona giornata!

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    1. Ciao Carmen, anche per me le mie passioni sono ilio più grande aiuto. Proprio perché come dice l autrice diamo voce ai nostri desideri . È importante scoprirle e coltivarle 😉😉

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  2. Carissima bello, toccante e profondo questo tuo articolo. La strada verso la ricerca di noi stessi per conoscere i nostri demoni interiori (tutti ne abbiamo) è impervia e difficile...ecco perchè secondo me molti preferiscono evitare ricorrendo ad espedienti di tipo riempitivo come li hai definiti nel post. Mangiare, fare shopping, ed ogni forma di azione compulsiva...però in questo modo tamponi ma non risolvi, passano gli anni e va sempre peggio. Volevo fare un appunto anche sullo yoga e la meditazione che spesso vengono presentati come percorsi alternativi validi ad "evolvere" dicono o risolvere questo tipo di problematiche. Ecco io non sono d'accordo, certo possono aiutare ma quando ci sono crisi profonde, passi importanti da compiere è necessario rivolgersi all'esterno e cercare l'aiuto di un professionista, perchè da soli non ce la si fa, tutt'al più ce la si racconta. Questo per esperienza personale. Scusa se mi sono dilungata ma l'argomento mi sta molto a cuore. Un abbraccio.

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  3. Carissima Patrizia grazie per la bella condivisione, si sente che è sentita e sincera frutto della tua esperienza personale.Che dire sono d'accordo accordo con te su quanto dici, e che spesso si tende a sottovalutare alcuni sintomi oppure a liquidare le persone che si rivolgono alla psicoterapia come quelle che "hanno problemi"...di fatto i problemi li abbiamo tutti in un verso o in un altro...e tutti avremmo bisogno di guardarci meglio dentro...ma per vedere bene e necessaria la presenza di qualcuno che da elemento esterno competente ci aiuti a vedere le cose come sono...e non a raccontarcela..come dici tu. A presto e grazie ancora

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