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sabato, maggio 22

Chi sono io? Aprire le porte all'inconscio

 


Con la parola inconscio andiamo di solito a “catalogare” tutto ciò che giace al di sotto della soglia di quella parte della mente che conosciamo come cosciente.

Durante il nostro sviluppo, nell’infanzia e nella giovinezza, riempiamo questa nostra zona inconscia di paure e di speranze, di ciò che ci attrae e di ciò che ci suscita repulsione e ricacciamo istintivamente in questo oblio tutti i fatti che non vogliamo affrontare o che non riusciamo a comprendere. Nell’età matura, questi fatti e ricordi, pregiudizi e passioni conservano la stessa vitalità che avevano al momento della rimozione, ma, per il fatto che sono nascosti non ci rendiamo conto del ruolo che svolgono nella nostra vita ed in che misura la condizionano.

Non essere così ignorante di te stesso, mio caro, e non fare l’errore che fanno i più; la maggioranza degli uomini, infatti, intenta a scrutare le faccende altrui, non si dedica ad analizzare sè stessa. Non trascurare questo impegno, ma sforzati piuttosto di riflettere su te stesso.”

Socrate  (da Senofonte “Memorabili”)

Si tratta della vecchissima formula, che stava sotto agli occhi di tutti nelle agorà dei greci: Conosci te stesso, e che, a partire da Socrate, si trasformò nella domanda: Chi sono io?

Ovvero, conosci le leggi del tuo essere. Accettale, anche se appaiono paradossali e incompatibili con le idee alle quali sei stato educato. E vivi quelle leggi, invece di vivere la vita dei tuoi genitori e dei tuoi nonni, dei tuoi vicini, dei tuoi colleghi o dell’influencer di turno.

Si tratta di ritrovare la nostra autenticità, superando la tendenza alla gregarietà, al fare massa, alla conformità ed al conformismo, così radicata nella psiche umana e diventare autori della propria vita.

Ricorro nuovamente alle parole di Socrate, riportate da Platone nell’Alcibiade maggiore, per sottolineare un passaggio importante e fondamentale, troppo spesso trascurato:

l’anima se vuole conoscere sè stessa, deve guardare a un’altra anima”, non però un’anima qualsiasi, ma in un’anima “nella quale risiede la virtù propria dell’anima, la sapienza”.

Questo percorso di conoscenza non possiamo farlo da soli ma è necessario essere accompagnati da una persona che sia in grado di farci vedere ciò che non sappiamo, come una specie di rivelazione oscura che, se non ti consegna luce, tuttavia a suo modo ti illumina perché ti libera da false opinioni e pregiudizi.

Di fatto, fino a quando non cerchi di guardare più profondamente in te, pensi di conoscerti assai bene e di essere padrone della tua vita; non appena però inizi l’indagine su di te e ti soppesi e ti scavi, senti che ignori chi sei veramente.

Questa lunga premessa, per introdurre la Dott.ssa Alice Pari, psicoterapeuta e psicoanalista, alla quale ho chiesto di parlarci dell’inconscio negli aspetti che, in virtù della sua lunga esperienza, risultano a suo avviso più significativi nel guidarci alla scoperta di noi stessi.

Il concetto di inconscio freudiano ha perso forse di interesse, o meglio di popolarità, in un’epoca in cui si ricerca il godimento immediato e facile, la risposta risolutiva che tappa qualsiasi ulteriore domanda, eppure conserva inalterata la sua validità come ancora mostrano i benefici che i pazienti traggono dalla clinica psicoanalitica.  Definire l'inconscio come un assoluto è una lettura non corretta, infatti Freud sostiene, al contrario, che l’inconscio è individuale ed unico per ciascun soggetto.

Ma in cosa consistono questi misteriosi ed oscuri contenuti dell'inconscio? «L’inconscio di Freud è fatto di parole che s’incatenano l’una all’altra e che si possono ascoltare» . Ciò che ha marchiato in modo indelebile il soggetto sono le parole che sono state dette di lui fin da prima della sua nascita; queste parole si depositano allacciandosi tra loro in una catena che può procedere all'infinito e che va ripercorsa a ritroso fino a trovarne il primo elemento originario.

Antonio Di Ciaccia  definisce l’inconscio come «un capitolo censurato del libro della storia del soggetto che non è più, o non ancora, a sua disposizione» .

Per Lacan «l'inconscio non è quel che tutti credono, un qualche sapere arcaico, dei pensieri sotterranei, una forza oscura che agirebbe in noi dal profondo dell'anima. [...] L'inconscio si coglie, al contrario, in superficie, sul filo del discorso, nei suoi slittamenti, in tutti gli atti mancati della vita quotidiana, dove il soggetto si tradisce da sé: "E' un pensiero con delle parole, con dei pensieri che sfuggono alla nostra vigilanza"» .

Dunque l’inconscio freudiano, così come è stato elaborato da Lacan, non può essere colto che a partire dalle parole poiché in esse vi è sempre contenuto qualcosa di più di quello che si ha intenzione di dire e che si crede di esprimere. Ciò su cui l'analista pone attenzione è il “non detto”, quel filo che corre in sottofondo alla narrazione che il paziente fa dei suoi dolori, dei suoi traumi, dei suoi sintomi. Esso si rivela nei piccoli cedimenti del discorso, nella parola che non gli viene proprio in mente, in quella che dice “sbagliata” senza rendersene conto, o nella battuta di spirito che “proprio gli è scappata”.

L’inconscio non ha solo a che fare con quanto è accaduto nel passato, ma è anche l'emergere del soggetto nel suo modo unico e particolare di elaborare ciò che è stato detto/fatto di lui. L'analisi offre la possibilità di spezzare la ripetizione monotona di ciò che egli è già stato, di interrompere quell'automatismo che lo costringe a ritrovarsi sempre nelle stesse situazioni o ad affidarsi sempre alle persone sbagliate.

Possiamo «considerare l’inconscio come un giocatore che alla fine della partita butta giù le carte e si rivela.


Dott.ssa Alice Pari

Sito web: www.alicepari.it
Riceve anche on line, per info: consulenza psicologica on line

Bibliografia e sitografia

www.ilcortile-consultorio.it/linconscio-di-freud-e-di-lacan/

www.lapsicoanalisi.it/antonio-di-ciaccia/

www.psychiatryonline.it

J. Lacan in "La Psicoanalisi" n. 65, Astrolabio, pp. 35-45


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