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lunedì, settembre 20

E' sempre colpa dei genitori? Stereotipi e pregiudizi sulla psicoanalisi

 


Nella prima intervista che ho realizzato alla Dott.ssa Alice Pari: Insoddisfazione, apatia, tristezza: come affrontare queste nuove forme di disagio (la trovi QUI)  la Dott.ssa Pari ha evidenziato che la società crea stereotipi, cioè credenze diffuse che vengono accettate dall’individuo, non costruite da lui stesso ma prese così come sono.

Oggi voglio affrontare, con la Dott.ssa Pari,  il tema degli stereotipi e dei luoghi comuni che hanno come protagonista la psicoanalisi ma anche come quest’ultima si pone nei confronti di discipline, come le pratiche meditative, che negli ultimi anni si stanno diffondendo in modo capillare, supportate anche da numerosi studi scientifici. 

1. Molti sostengono che dai tempi delle ricerche di Sigmund Freud molte cose sono cambiate, che in fondo l’inconscio non appare più così interessante, si preferisce la terapia cognitiva, che mette al centro la coscienza e lascia da parte le profondità buie dell’inconscio freudiano.

Un inconscio che viene definito assoluto e mai veramente conoscibile. Oggi si tende a legare tutto al qui e ora piuttosto che avventurarsi alla ricerca di ragioni nel passato.

Gli stereotipi ed i pregiudizi sulla psicoanalisi sono molteplici; puo’ offrirci una visione più ampia che possa aiutarci a capire come “opera” oggi la psicoanalisi? Insomma, Dott.ssa Pari, è davvero sempre tutta colpa dei genitori?

E allora è tutta colpa dei genitori? La questione non è riducibile tanto ad una colpa quanto ad una imputabilità soggettiva, per cui è più corretto parlare di responsabilità. Come nella vignetta dei due gemelli figli del padre alcolista: i due ragazzi avevano avuto due opposti destini, uno era diventato anch'egli alcolista, l'altro no. Al primo fu chiesto: «Perchè sei diventato alcolista?» e lui rispose: «Perchè sono cresciuto con mio padre». All'altro fu chiesto: «E perchè tu non sei diventato alcolista?» ed egli rispose: «Perchè sono cresciuto con mio padre». Non è dunque solo il nostro vissuto, come i genitori ci hanno educato o diseducato, è ciò che abbiamo visto, sentito ed assorbito che fa di noi ciò che siamo, fondamentale è la scelta che facciamo, singolare e peculiare, di come elaborare e trasformare ciò che ci è accaduto. E questo non può avvenire senza un lavoro di presa di consapevolezza profonda delle proprie questioni.

E l’esperienza della psicoanalisi offre in definitiva la possibilità di quel che potremmo chiamare un “fare un buon uso dell’inconscio”.


2. Nel suo libro “Mixing Minds: The Power of Relationship in Psychoanalysis and Buddhism (2010)” Pilar Jennings osserva che “è possibile avere una ricca e profonda vita spirituale – in grado di restituire ogni sorta di benefici e ricompense di tipo spirituale – e contemporaneamente mantenere inalterati i propri schemi e conflitti psicologici”. L’autrice parla addirittura di bypass spirituale, che puo’ verificarsi quando si ricorre a questi percorsi di “crescita spirituale” per curare problemi psicologici, finendo così per evitarli invece che risolverli. 

Oggi si parla tantissimo di meditazione e mindfulness; sono senza dubbio strumenti utili per migliorare la qualità della nostra vita ed il nostro benessere, numerose ricerche lo dimostrano ma, possono sostituirsi ad una psicoterapia psicoanalitica nell’identificare e modificare schemi psicologici e quindi risolvere i sintomi che generano?

La differenza tra la psicoanalisi e le tecniche di meditazione e mindfulness consiste fondamentalmente nella distinzione tra inconscio e mente. Le terapie basate sulla mindfulness mirano all'acquisizione di una maggiore consapevolezza, di una presenza mentale, ma tale processo non coincide con il disvelamento dei significati nascosti dell'Inconscio che di per sé rimane inaccessibile alla mente, il processo mentale si limita infatti alla percezione diretta, percettiva, degli stati mentali (pensieri, emozioni, sensazioni).

La Mindfulness non è un modello teorico, ma una tecnica specifica, una pratica.

I principi fondamenti della pratica della mindfulness sono il non giudizio, l'accettazione, l'attenzione sul momento presente, la visione del fruire mentale senza attaccamento ai suoi contenuti.

La Meditazione, intesa in senso classico, è una pratica che nasce dagli insegnamenti buddisti che si fondano sull'acquisizione della capacità di “porre attenzione in un modo particolare, intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante” (J. Kabat-Zinn).

Restare pienamente coinvolti nel qui e ora è il semplice atto di prestare attenzione, notare ed essere presenti in qualunque cosa stiamo facendo; si tratta di una tecnica di osservazione degli automatismi con cui agiamo nel mondo, che possono essere colti solo nel qui e ora, mentre accadono.

Osservarli ed isolarli però non è sufficiente per riuscire a produrre dei cambiamenti nel nostro comportamento, proprio perché si tratta di automatismi, di meccanismi che mettiamo in atto inconsapevolmente, al di là della nostra soglia di attenzione e al di là della possibilità di controllarli.

Freud parlava di coazione a ripetere, di una forza che ci costringe inesorabilmente a ripetere gli stessi schemi, gli stessi meccanismi mentali cristallizzati e le stesse emozioni represse che ci portiamo dietro da tanti anni. Questo tipo di ripetizione purtroppo non può essere semplicemente abbandonata solo in virtù della presa di consapevolezza della sua esistenza; si renderà necessario un lavoro di ricerca delle radici, delle origini, di tali meccanismi per poterli de-costruire e ri-costruire fino a poter arrivare a fare scelte di vita realmente libere e non condizionate dai nostri fantasmi o scheletri nell'armadio.

La ripetizione trae la sua origine dalla necessità di rimettere continuamente in atto lo stesso trauma, o conflitto, con la speranza che “questa volta ci sarà il lieto fine”, come nella barzelletta dei due amici che vanno a vedere un film: il primo l'ha già visto e propone al secondo di scommettere su una scena di corsa dei cavalli; il primo amico punta su un cavallo che però perde la corsa, il secondo allora stupito gli chiede :«Ma se avevi già visto il film perché hai scommesso su quello che ha perso?» «Perché oggi mi sembrava più in forma». La ripetizione è questo, ripetere un contenuto traumatico che non ha avuto l'esito come desideravamo sperando in una soddisfazione che però inesorabilmente non arriverà mai, e non può arrivare poiché ripetiamo l'identico. Senza scendere nell'inconscio è impossibile scardinare il meccanismo di ripetizione e poter fare scelte libere, e diverse, che portino ad una soddisfazione reale.

Dunque la consapevolezza non basta, quello che bisogna scardinare è il «è più forte di me», le cui chiavi sono detenute dall'inconscio.

Dott.ssa Alice Pari
Sito web: www.alicepari.it
Riceve anche on line, per info: consulenza psicologica on line

Bibliografia

M.Focchi, Il buon uso dell’inconscio, Editori Riuniti, p. 124


Leggi anche le altre interviste alla Dott.ssa Pari:

Chi sono io: aprire le porte all'inconscio


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