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mercoledì, settembre 4

La grande bugia verde: un libro che sfida il pensiero comune


Sul mio sito non trovate spesso recensioni ai libri. Per " La grande bugia verde", di Nicola Porro, ho scelto di fare un'eccezione. Presto scoprirete il perchè.

Chi legge il mio blog sa che mi occupo da anni di sostenibilità, sono attenta alle scelte che faccio e a come queste impattano sull'ambiente. Sono anche una persona molto curiosa, mi piace studiare, leggere e stimolare il pensiero ascoltando voci, soprattutto discordanti, sulle tematiche di attualità.

Come educatrice so fin troppo bene quanto lo sviluppo di un sano pensiero critico, un pensiero "vivente", in grado di muoversi incessantemente alla ricerca di una "verità altra", di spingersi al di là del pensiero comune, spesso unilaterale, interessato e superficiale, possa avere un impatto positivo sulle nostre vite. Pensieri ed emozioni sono strettamente connessi; aprire la mente, accogliere nuove prospettive, promuovere la curiosità apre il nostro cuore e ci connette agli altri, restituendoci a poco a poco fiducia e speranza nel futuro. Un vero antidoto contro ansie e paure che avvelenano le nostre vite e ci paralizzano, allontanandoci da noi stessi e dagli altri. 

Da qualche tempo seguo con interesse il vociferare attorno alla questione del "cambiamento climatico", con gli inevitabili pericoli cui andremo incontro e le conseguenti misure ritenute necessarie per evitare la "catastrofe".

Allo stesso tempo ho prestato l'orecchio alle voci "fuori dal coro", così come vengono definite oggi, ho seguito il dibattito sui media e giornali, letto qualche libro. L'ultimo è quello di Nicola Porro, che vi presento oggi.

Perchè mi è piaciuto questo libro


Questo libro non è stato scritto per convincere il lettore. L'obiettivo principale è quello di sollevare delle domande, alimentare il dubbio, in sostanza aprire gli occhi al lettore.

Porro ha individuato alcuni totem dell'ambientalismo mondiale e li ha messi al vaglio di scienziati dissenzienti. Ovvero, di studiosi che si occupano di discipline diverse: fisici, esperti del clima, delle nuvole, geologi. Ciò che li accomuna è che hanno idee diverse, rispetto a quello che è definito "pensiero comune", sul funzionamento del clima.
Ogni singolo dato riportato nel libro è avallato da una fonte scientifica: una pubblicazione autorevole. Sono tantissime le ricerche citate che possono essere verificate. Ogni capitolo è stato scritto da un ricercatore/professore di alto profilo, autorevole; tutti membri riconosciuti della comunità scientifica internazionale. L'approccio quindi è serio, affidabile e verificabile, oltre che facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori (lo ha letto anche mio figlio di 14 anni).




domenica, maggio 24

Didattica a distanza: riflessioni e buone pratiche per docenti e genitori


La maggior parte dei bambini e dei ragazzi ha probabilmente considerato la chiusura straordinaria di tutte le scuole d' Italia come una lunga e inaspettata vacanza. Questo stop forzato della scuola, ha dato molte più preoccupazioni agli adulti. Molti di noi genitori ci siamo dovuti adattare al lavoro da casa smartworking”, ma mentre si è connessi e online, si è al tempo stesso costantemente distatti dai figli per un aiuto nei compiti, per colmare un momento di noia, per una qualsiasi necessità. 
Le nostre famiglie si sono trovate ad affrontare un’emergenza cui non eravamo pronti: la convivenza forzata con i figli. Una immersione totale che ci vede coinvolti costantemente su due fronti in contemporanea: quello professionale e quello genitoriale. Nel gergo moderno questa modalità è definita “multitasking” e negli ultimi anni l'abbiamo classificata come una delle principali e necessarie competenze dell'uomo contemporaneo.

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva, sostiene che: 

“quando in quel “multitasking” ci devi mettere la pazienza, la capacità di sintonizzarti con i bisogni dei tuoi figli, la ricerca di nuovi stimoli per aiutarli a vincere la noia che li sta attanagliando, la sfida diventa dura e la parola “multitasking” suona non più “moderna e attraente”, ma faticosa e inquietante. Senza palestre, senza lezioni scolastiche, senza oratori aperti insomma senza esperienze aggregative e relazionali di qualsivoglia natura i nostri figli si aggrappano a noi e ci chiedono di essere lì, per loro e con loro. Ma noi dobbiamo essere un po' per loro e un po' per tutto il resto. E allora, si rischia di trovarsi inquieti e affaticati. Si vorrebbe fare tanto e alla fine ci si trova incapaci di fare qualsiasi cosa.”

Succede allora che andiamo alla ricerca del capro espiatorio e ce la prendiamo con tutto e tutti a partire dalla politica, con le decisioni che vengono prese, con la scuola, con gli insegnanti, con i figli. Cerchiamo un modo per scaricare questa rabbia e frustrazione. 
Spesso ci dimentichiamo che i nostri figli assorbono tutte le nostre emozioni  le quali arrivano loro in modo molto più chiaro e diretto di qualsiasi discorso ben strutturato. Loro sono in grado di vederci e sentirci dietro la nostra maschera e reagiscono a questa voragine di emozioni con i comportamenti più diversi rendendo ancora più complicate le cose.

martedì, aprile 30

Scuole Montessori, Steineriane o Pubbliche: la vera differenza la fanno gli insegnanti



Nel mio blog c'è una sezione dedicata alla "pedagogia steineriana" perchè da lì è iniziato il mio percorso nel mondo dell'educazione quando ero incinta del mio primo figlio. Tra una gravidanza e l'altra mi sono laureata in Scienze dell' Educazione e della Formazione e lì ho avuto modo di approfondire e studiare il metodo Montessori ed i sistemi educativi "tradizionali".

Proprio per questo mio interesse per la pedagogia, continuo ad essere contattata da mamme desiderose di scegliere la scuola "migliore" per i propri figli. Ecco quindi che con questo articolo ufficializzo il mio pensiero.

Premetto che i miei figli hanno frequentato le scuole pubbliche anche perchè nella zona in cui vivo mancano scuole Steineriane e Montessori. Quindi non avevo scelte alternative.
A casa ho seguito i principi dell'educazione steineriana che da sempre ho sentito in sintonia con il mio pensiero, e che conosco in maniera più approfondita.

Probabilmente sono stata fortunata, ma la mia esperienza nella scuole pubbliche è stata più che positiva con entrambi i figli, e posso affermare che sia alle elementari che alle medie ho incontrato insegnanti comprensivi, attenti e (seppure con differenze individuali) appassionati al loro lavoro.
Persone con le quali ho sempre potuto parlare apertamente e con cui il dialogo è stato sempre rispettoso e aperto.

Per questo sono assolutamente convinta che la vera differenza non la fa il "metodo" ma l'insegnante.
E non sono la sola a pensarla in questo modo.

mercoledì, giugno 13

Il coraggio di educare: una lezione di Paolo Crepet


Qualche settimana fa ho avuto l'opportunità di partecipare ad una conferenza tenuta dal Prof. Paolo Crepet e non me la sono di certo lasciata sfuggire.
Psichiatra e sociologo, personaggio quanto mai singolare; la sua schiettezza, l'ironia, la sagacia, hanno tenuto incollato l'uditorio che di fronte alle sue studiate provocazioni non ha esitato ad intervenire con domande e richieste di approfondimento.
Una serata intensa e ricca di contenuti che vi riassumo nei suoi concetti fondamentali, lasciando largo spazio però ai commenti, agli esempio ed alle affermazioni così come sono state fatte dal Professore, per non perdere il senso ed il tono del discorso.

sabato, marzo 31

La Pasqua come occasione di risveglio e cambiamento


La Pasqua per i cristiani è la celebrazione della Resurrezione del suo Redentore, ma si tratta di una festività che sin dai tempi più antichi venne solennizzata dagli uomini come il risveglio di qualcosa di fondamentale.

Nell’istituire le feste l’umanità, sin dalla notte dei tempi, volle portare ad espressione l’intento di elevare lo sguardo dell’uomo alla contemplazione dell’opera armonica e perfetta della natura; è facile infatti osservare come le grandi feste solenni corrispondono per lo più alle manifestazioni più significative della natura.

Tra queste la Pasqua.

lunedì, giugno 5

Quando finisce un'amicizia



La nostra vita è fatta di incontri, momenti fondamentali che ci mettono in relazione con gli altri. Alcuni di questi Altri diventano “speciali” tanto che scegliamo di ripetere questi incontri nel tempo accogliendo le persone nella nostra vita.

La crisi di importanti relazioni di amicizia in questo anno mi ha portato a capire, più precisamente a sperimentare quanto sia vero che, nel momento in cui scegliamo di entrare in relazione con un'altra persona, sia essa un'amica/o o un compagno, c'è sempre una grossa componente di idealizzazione; quindi difficilmente si vede l'altro per quello che davvero è ma ci si limita a scorgerne un' immagine. A volte perché l'amico/a riflette una rappresentazione ideale  di come noi vorremmo essere, o di un compagno ideale, un alter ego.
Il fatto è che nelle relazioni umane il confine tra amarsi e usarsi è davvero molto sottile, tanto sottile da poter essere superato anche dalle persone più buone e amorevoli; per questo motivo le relazioni rischiano di non resistere nel tempo, perché è proprio nel tempo e nella quotidianità che emerge quella parte della nostra natura che ci rende difficoltoso accogliere e rispettare l'altro per come esso è, o a farci rispettare per come siamo.
Per questo non è importante nella vita la quantità di incontri che si hanno, ma la qualità dei rapporti che si riesce a stabilire.

Ma cosa rende un rapporto di qualità?


Secondo me un rapporto sano è quello in cui si ricerca comunque e sempre il dialogo, il chiarimento. Purtroppo succede spesso che, per evitare discussioni e tensioni, si finisce per accettare che tra noi e gli altri cali un insopportabile silenzio, fatto di maschere e di bugie, una pace forzata che però testimonia la nostra rinuncia a costruire relazioni profonde, sane e sopratutto vere. Non si parla perché non si vuole litigare, per paura di rompere la relazione senza pensare che la rinuncia al dialogo è già di per sé morte del legame, finzione.

L'arte del litigio


Troppo spesso si trascura il fatto che esiste anche una rabbia sana, che è quella che ci permette di dare voce ai nostri bisogni, di difenderci da ciò che ci infastidisce. Una rabbia però che sa riconoscere, confrontandosi con l'altro, quanto alcune di quelle che consideriamo nostre ragioni sono infondate, per dare vita ad un adattamento e quindi ad una revisione anche solo parziale delle nostre posizioni. Questo non significa tradire noi stessi, ma anzi imparare a conoscere e conoscersi grazie al rapporto con l'altro, per costruire una realtà non immaginata ma realistica. Significa anche uscire dal mondo immaginario infantile per entrare un quello reale dell'adulto.

Personalmente quello che mi ha fatto soffrire di più è stata la rinuncia completa al dialogo ed al confronto, che ho vissuto dopo tanti anni di relazione, come una porta chiusa in faccia. 
Io ho avuto bisogno di questo confronto, l'ho richiesto più volte, l'ho ottenuto ed ho apprezzato moltissimo lo sforzo che è stato fatto dall'altra parte. Si tratta di momenti sempre difficili perché sono coinvolte le emozioni che tendono ad irrompere rompendo gli argini come un fiume in piena; ma credo siano occasioni che fanno crescere e ci aiutano a conoscere lati delle persone che non avevamo visto, accecati dall'immagine che ce ne eravamo fatti. Aspetti di una personalità che vanno ad aggiungersi e non a sostituirsi a quelli già noti.

Una confronto o una lite non si risolvono fino a quando l'uno spinge l'altro a guardare ai suoi torti, con il risultato che si resta sulle stesse posizioni. Si lavora sulla risoluzione di un contrasto solo quando ognuno si sforza di guardare se stesso.

Proprio per questo sono arrivata alla conclusione che questi momenti di “incontro/scontro/chiarimento” hanno poi bisogno di tempo per essere metabolizzati, non è possibile ripartire come prima, proprio perché inevitabilmente non è più come prima.
Non è ne meglio ne peggio è solamente diverso. Di certo più vero. E siccome la vita resta sempre l'arte del possibile e questo possibile non sempre coincide con il nostro ideale, ma quanto piuttosto con ciò che siamo in questo momento, tenuto conto di tutti i nostri limiti. 
Piuttosto che nascondersi dietro scuse e giustificazioni come la mancanza di tempo ed i tanti impegni, meglio concedersi questo tempo di separazione per lasciare che tutto si sedimenti.
Quando e se tornerà il desiderio di frequentarsi e stare assieme, di certo il tempo non sarà un ostacolo.

Ma un'amicizia che di possa definire tale, può davvero finire? 


Di certo si concludono i rapporti che erano semplici frequentazioni, oppure quelli che definisco  “imbrigliamenti” , legati cioè a “bisogni” reciproci. Quando in una delle due parti  viene a mancare la spinta utilitaristica, sparisce anche il piacere di stare assieme.
Ci sono diversi gradi di profondità nei rapporti umani ed è importante anche capire ed accettare il livello che contraddistingue ogni relazione. Spesso occorre tempo ed un certo distacco per poter vedere chiaramente.
Sono del tutto convinta che i legami, quelli veri, incontrano momenti di crisi, possono anche tenerci lontani per qualche tempo, ma essendo sorretti da sentimenti profondi e sinceri e da un riconoscimento reciproco nella singola diversità ed unicità,  restano come stelle in un firmamento ad illuminarci la vita.

giovedì, agosto 18

Il tempo è amore: quanto tempo dedichiamo alle persone cui vogliamo bene?


Qualche anno fa qualcuno  mi disse, "Perchè sai il tempo che si dedica all'altro è Amore".

E' vero la vita quotidiana ci travolge, con i suoi mille impegni, che impongono alle nostre vite un ritmo sempre più incalzante, è anche vero però che spesso ci perdiamo tra mille attività prive di valore,  che servono solo a chiudere i nostri vuoti interiori.
Non si può perdere tempo, c'è sempre qualcosa da fare, qualche attività da intraprendere, qualche commissione da fare, vietato perdere tempo.

Nel suo libro  " Va' dove ti porta il cuore" Susanna Tamaro scrive:

"La prima qualità dell'Amore è la forza...ma per essere forti occorre amare se stessi; per amare se stessi bisogna conoscersi in profondità, sapere tutto di sé, anche le cose più nascoste, le più difficili da accettare".

Occorre fare i conti con i propri limiti. Quando ci relazioniamo con gli altri troppo spesso indossiamo una maschera di capacità, efficienza  e perfezione. Siamo così pieni di noi nel mostrare le nostre virtù e così abili nel nascondere le nostre parti più in ombra. Succede all'inizio di ogni relazione, sia con un partner sia nelle amicizie.
Poi una volta che i rapporti sono diventati "stretti" si pensa di avere "conquistato" quelle persone, di averle fatte nostre, ecco allora  si inizia a darle per scontate. Sono lì e ci saranno sempre, questo è ciò che crediamo noi.

E' quello il momento in cui iniziamo a dimenticarcele?

Non so dirlo in realtà, ma ho il sospetto che sia quello il momento in cui iniziamo a perderle..

Da qualche parte ho letto questa frase:

"se una cosa la vuoi, la strada la trovi, se una cosa non la vuoi, una scusa la trovi"

Mamma mia, quante scuse inventiamo per giustificare noi stessi e le nostre assenze  nei rapporti. Troppo da fare, troppo stanchi troppi pensieri, troppo stress, troppo lavoro, chi non l'ha mai fatto?
Io tante, tante volte.
Ed in altrettante occasioni, mi è capitato di criticare o biasimare gli altri, per "mancanze" che solo più tardi ho capito appartenere  anche a me...

Perchè?

perchè è  troppo difficile rinunciare alla nostra maschera, per guardarci davvero dentro.

Amare richiede impegno, ed impegnarsi significa anche trovare il tempo e per trovarlo occorre volerlo davvero.

Certo il tempo che abbiamo in una giornata, in una vita, è limitato, e proprio per questo prezioso per cui ne va fatto dono a coloro ai quali diciamo di volere bene, e riservato alle attività che più amiamo e che ci nutrono.

Gino Aldi nel suo libro "I fondamenti della relazione", sostiene:

"Si puo' amare una persona, una cosa, un ideale, un progetto, ma qualunque cosa si ami profondamente sarà capace di accendere il fuoco della passione dentro di noi e di stimolare una tensione, una ricerca, una cura dell'oggetto amato.
L'amore  è un fuoco. Il desiderio di preservare ciò che amiamo ci spinge a comprenderne il modo di essere, a cercare il "suo bene" non quello che pensiamo essere il suo bene dal nostro punto di vista ma ciò che realmente corrisponde a benessere per lui..".

E' importante comprendere che tutti abbiamo commesso errori nei rapporti e ancora ne faremo, sarà necessario guardare a fondo dentro noi stessi, per capirci e per comprendere gli altri, per amarci e per amare, per imparare a rispettare il prossimo per come è e farci rispettare per quello che siamo.

E voi, come la pensate?



Dott.ssa Stefania Casadei


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martedì, agosto 18

MIGLIORARE LE NOSTRE RELAZIONI CON LA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA


Le crisi conseguenti ad avvenimenti stressanti o traumatici appartengono alla realtà di tutti noi. Tutti nella vita abbiamo dovuto farci i conti.

Ma c'è la possibilità di trasformare il dolore e la sofferenza, non per negarla, ma al contrario per integrarla e per costruire qualcosa di nuovo, consapevoli del fatto che saranno motore di ulteriore crescita.

Per poter fare questo, io sono convinta che sia indispensabile potersi appoggiare ad una "comunità" di amici veri e parenti amorevoli, capaci di accogliere la sofferenza.

Pensarsi abitanti di una comunità ( intesa come rete di relazioni) significa sentirsi parte di un tutto in cui ognuno e ciascuno possano riconoscersi ed in cui sia possibile l'aiuto, lo scambio ed il confronto.

Costruire relazioni sane non è però così facile. 
Ho trovato tantissimi spunti riguardo questo argomento, nel libro Le parole sono finestre (oppure muri)  di M.B Rosenberg, l'ideatore della Comunicazione Nonviolenta, che ho riassunto brevemente e che desidero condividere con voi.

La Comunicazione Nonviolenta preferisce l'osservazione dei fatti al giudizio moralistico, ci permette fare chiarezza su ciò che proviamo e sui nostri bisogni e ci aiuta ad esprimerli attraverso precise richieste.

In modo particolare mi preme sottolineare che:

Quello che gli altri dicono e fanno non è mai la causa dei nostri sentimenti.
In realtà infatti siamo noi che in ogni momento scegliamo di ricevere in un modo o nell'altro quello che altri dicono e fanno.
I sentimenti che proviamo sono solo il risultato dei nostri bisogni.

Quando riconosciamo i nostri bisogni, sogni, desideri, aspettative, valori o pensieri, accettiamo la responsabilità dei nostri sentimenti anziché dare la colpa agli altri.
Purtroppo a molti di noi non è stato mai insegnato a pensare in termini di bisogni ne tanto meno di desideri profondi.
Siamo piuttosto abituati a chiederci cosa non va nelle altre persone quando i nostri bisogni non sono soddisfatti.

Nel processo di sviluppo della responsabilità rispetto ai propri sentimenti, l'autore, individua tre stadi. Il primo è quello della schiavitù emotiva.
In questo stadio ci pensiamo responsabili dei sentimenti altrui. Pensiamo di doverci sempre adoperare per fare sì che tutti siano felici. In questo modo rischiamo di trasformare le persone che ci sono vicine in pesanti fardelli.

Il secondo stadio è quello scontroso . A questo livello, di fronte al dolore di un'altra persona, reagiamo con commenti quali : "è un problema tuo" !.

Nel terzo stadio, quello della liberazione emotiva, rispondiamo ai bisogni degli altri per empatia, non per paura, ne per senso di colpa. Pertanto le nostre azioni generano soddisfazione e benessere sia in noi che in coloro che ricevono i nostri doni.
Accettiamo la piena responsabilità delle nostre azioni ma non quella dei sentimenti altrui.
Siamo consapevoli che non potremo mai soddisfare i nostri bisogni a spese di altre persone.


Chiaramente questo mio post e le poche righe che ho dedicato a questo argomento sono solo un "balbettio" rispetto all'immenso lavoro di Rosenberg, che vale la pena di leggere e di tenere sempre a portata di mano nei momenti di turbamento o difficoltà.

E voi? conoscete la Comunicazione Nonviolenta o altri percorsi che vi aiutano nel migliorare la qualità delle vostre relazioni?






lunedì, settembre 8

L'INFERNO ED IL PARADISO


Ecco una storia sugli "inganni della mente", che ho tratto da un libro di DEEPAK CHOPRA, che mi sta offrendo molti spunti di pensiero. Ho scelto di condividerla perché mi è piaciuta molto.

Le chiavi di lettura sono innumerevoli e le riflessioni possibili infinite. Un ottimo esercizio di pensiero.

E' un po' lunga da leggere ma ne vale la pena.

"Ti racconterò la storia di una scimmia che era stata rinchiusa in una stanzetta nella torre di un castello. Non succedeva niente nella stanza e la scimmia era irrequieta. La scimmia poteva divertirsi andando alla finestra e guardando fuori. Questo la distraeva per un po', ma poi cominciava a riflettere sulla sua situazione. Come era finita in quella torre? Perchè era stata catturata e messa lì? L'umore della scimmia cominciava ad incupirsi. Non c'era nulla da fare, nessuno con cui parlare. I suoi stessi pensieri la rendevano sempre più depressa. La stanza sembrava essere chiusa; la scimmia cominciò a sudare per l'ansia. No, capì improvvisamente, non sono in una stanza : sono all'Inferno. Rapidamente la sua depressione divenne angoscia e dall'angoscia tormento. La scimmia vide demoni tutto intorno a lei che le infliggevano ogni pena immaginabile.
Ecco com'è , pensò la scimmia. Sono nell'Inferno eterno. Così il tormento continuò diventando sempre peggiore. La scimmia non vedeva alcuna via di uscita tuttavia, gradualmente, si abituò alla sofferenza. Quanto tempo passò? La scimmia non riusciva a ricordarlo, ma cominciò a sentirsi meglio nel suo ambiente. Non era una brutta stanza, non realmente. Di fatto era abbastanza piacevole starsene per conto proprio a guardare dalla finestra tutte le cose affascinanti che succedevano fuori. 
Poco a poco i demoni smisero di torturare la scimmia e si ritirarono. Cominciò a sentirsi meglio e presto arrivò il giorno che si sentì ottimista e si convinse di stare in Paradiso e invece di essere punita dai demoni si sentì consolata dagli angeli.

La scimmia è la mente che se ne sta seduta da sola nella torre della testa. Dato che la mente si espande con il piacere e si contrae con il dolore, crea ogni possibile mondo, cadendo costantemente ingannata dalle sue stesse creazioni. La scimmia potrà credere nel Paradiso per un po', poi però la noia comincerà a crescere, ed essendo il seme della scontentezza, la noia la spingerà fuori dal Paradiso  e di nuovo all'Inferno.

-Ma così siamo tutti intrappolati?

-Solo se sei d'accordo nell'essere intrappolato. Io non ho mai detto che la torre era chiusa. C'è un territorio infinito fuori dalle mura del castello. Tu puoi mandare la tua mente oltre le mura. C'è libertà là fuori e, avendola conquistata, tu non dovrai mai più andare né in Paradiso nè all'Inferno."

( Tratto da: Mistero della vita dopo la morte di Deepak Chopra)

Lasciate, se volete, le vostre riflessioni.



giovedì, luglio 24

IL POTERE DEL DENARO




Nella moderna economia tutto ruota attorno al denaro; i soldi sono in primo piano e non l'uomo.

"Il denaro smetterà di governare il mondo e di asservire gli uomini, solo se impareremo a farlo diventare nostro servitore anziché nostro padrone." (Uomo e denaro,pag. 38)

Tempo fa ho letto un libro davvero interessante UOMO E DENARO di P.Archiati. Mi è piaciuta tantissimo la visione che propone del rapporto tra l'uomo ed il denaro.
Mi ha fatto riflettere su tante cose.

Di fronte al potere indiscusso del denaro non siamo impotenti, questo è il messaggio più forte del libro.

"Ma il singolo non è inerme, è invece l'unico che può fare qualcosa, persino molto. Deve solo avere il coraggio di cominciare da sé, e non subito dall'umanità intera. Molti vorrebbero riformare il genere umano, visto che l'impossibilità di farlo offre loro la miglior scusa per non fare niente. Al contrario, sono pochi quelli che iniziano seriamente da se stessi, perché in questo caso la scusa dell'impossibilità non regge." (pag. 160)

Ancora più importante:

"Tuttavia la cosa sorprendente è che questa onnipotenza del denaro porta nello stesso tempo un incremento del potere del singolo. I soldi sono proprio ciò di cui ogni uomo dispone liberamente, e ogni giorno. Ognuno ne riceve o ne guadagna, ognuno ne ha e ognuno ne spende." (pag. 160).

Siamo liberi di decidere se fare del denaro lo scopo della vita oppure un semplice mezzo. Abbiamo una completa libertà nei confronti del denaro e dobbiamo divenire sempre più consapevoli che il modo in cui lo spendiamo influenza direttamente l'incidenza del denaro sul genere umano.

Io ho iniziato dalle piccole cose di ogni giorno, ad esempio dalla spesa.

Come?


Privilegiando le aziende che operano nel rispetto della natura, che realizzano prodotti di buona qualità, che sono rispettose dell'ambiente.

Impariamo a guardare le etichette e non acquistiamo un prodotto o un servizio solo perché costa meno. 
Non è meglio pagare un prezzo più alto per un prodotto di qualità, premiando quindi l'azienda o la persona, e risparmiare sul superfluo? 
Non facciamoci quindi influenzare dalla pubblicità, ma diveniamo consapevoli e spendiamo i nostri soldi nell'intento di fare lavorare le persone che lo meritano, spingendo poi anche le altre azienda ad uniformarsi per poter vendere.

E voi? Quale è il vostro rapporto con il denaro?


***

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sabato, giugno 28

LE RADICI DEL PETTEGOLEZZO

                                             
             
Diciamo la verità chi di noi nel nostro quotidiano non si lascia coinvolgere dal pettegolezzo?

Certo si potrebbero scrivere libri interi sulla materia e le sue origini...ma con questo post voglio solo lanciare uno spunto di pensiero, che potrà essere ulteriormente arricchito dai vostri commenti.

Ognuno di noi vede la realtà dal proprio punto di vista, dalla particolare posizione che occupa del mondo.

In base al nostro carattere, all'educazione che abbiamo ricevuto, alle esperienze di vita che abbiamo fatto diamo una interpretazione vera ma parziale, del mondo che ci circonda.

Da questo punto di osservazione siamo soliti giudicare le azioni degli altri; siamo abituati a pensare che i fatti che accadono sono oggettivamente tali per tutti. Ci comportiamo come perfetti realisti, convinti che la realtà sia unica e uguale per tutti.

Dovremmo al contrario portare al centro della nostra attenzione proprio questo elemento; imparando a relazionarci con il prossimo cercando di comprendere il modo in cui egli fa esperienza del mondo, fare i conti con la sua soggettività, con il suo modo di decodificarla e di viverla.

COME GUARIRE DAL PETTEGOLEZZO?

Concedetevi 3 minuti di tempo per ascoltare questo video:






sabato, ottobre 12

LA STANCHEZZA: PROVA AD AFFRONTARLA COSI'


Voorrei condividere in poche righe un piccolo passaggio che ho letto su un libro "Medicina antroposofica famigliare" in merito alla stanchezza, poichè l'autore ne propone una chiave di lettura davvero interessante.

"Il primo atteggiamento importante è accettare questo sintomo come un messaggio della vita: non prendiamo la stanchezza come un qualcosa che è piovuto dal cielo ma come un fatto nostro, che ci appartiene come la nostra esistenza."

(Ovviamente l'autore esclude ogni tipo di stanchezza collegata a qualsiasi  forma di mallattia, acuta o cronica, per la quale ciascuno è tenuto a rivolgersi  al proprio medico.)

Continua l'autore:

"Il paziente percepisce inalterata la propria capacità di ideare azioni ma compromessa la possibilità di agirle.
Perciò la prima vera cura della stanchezza è l'attività, una attività nuova e libera....
Magari si potrà fare una bella passeggiata in montagna per respirare aria pulita, ma è ancora meglio se la si fa per vedere orizzonti più ampi e autentici del palazzo di fronte casa e per sentire suoni più veri dei rumori della città...
Sappiamo oggi che stati emotivi come la depressione e perfino la noia si accompagnano ad un impoverimento del sistema immunitario e ad una riduzione delle attività dei linfociti natural killer fondamentali per le nostre difese.
Una buona risata tra amici, una mostra d'arte coinvolgente, una bella commedia a teatro, e prima tra tutte una vera storia d'amore ma anche, cari amici, una nuova fiammata creativa verso la compagna o il compagno della nostra vita, scoprire che è bellissimo/a perchè porta sul suo volto tutte le emozioni di una vita: quando riusciamo a  scoprire la bellezza imprigionata nel reale realizziamo delle vere e potentissime medicine e facciamo esultare di rinnovata gioia guerresca i nostri globuli bianchi che erano abbacchiati e demotivati dal grigiore di una vita priva di emozioni vere."


Tante volte mi  capita di sentirmi stanchissima e svogliata di fronte ad un impegno: un incontro tra amiche, una conferenza, una camminata, ma anche un cinema o un semplice aperitivo.
Poi una volta varcata la soglia di casa e giunta sul posto, le cose magicamente cambiano.
A fine serata rientro ritemprata, serena e piena di energie, tanto da faticare a prendere sonno.
Ah quante volte mi sono domandata dove era finita la stanchezza che provavo solo qualche ora prima.
Ora ho trovato la risposta.

Al contrario di ciò che si è soliti pensare, spezzare la monotonia del quotidiano, dedicandoci ad un nuovo interesse, un diverso tipo di letture, di intrattenimenti,  dedicando più tempo alle persone care, agli amici sinceri, avrà un formidabile  effetto tonificante sul nostro organismo e vivificante sulla nostra anima.

***


mercoledì, giugno 26

COME NASCE LA MODA? PERCHE’ LA SEGUIAMO?



Quali meccanicismi ci fanno piacere e comprare gli abiti della stagione? Quali strategie usano le aziende per fare diventare un marchio o un  prodotto di moda?

Da una parte siamo noi stessi a volere essere ‘alla moda’,  seguendo le tendenze che ci vengono proposte.
Il nostro modo di vestire definisce la nostra identità, la nostra posizione nella società, il nostro gusto e la nostra ricchezza; solo in parte quindi è un bisogno indotto siamo noi infatti che decidiamo di seguirla.
Allo stesso tempo copiamo ma vogliamo anche essere originali, non desideriamo diventare esattamente uguali agli altri.
La moda quindi nel proporre uno stile generale, ma anche tante possibili variazioni, soddisfa due diverse pulsioni dell’uomo:

-          quella di imitare per integrarsi
-          quella di differenziarsi

Naturalmente, entra poi in gioco la personalità di ognuno; ci saranno persone che seguono maggiormente il loro gusto individuale, ed altri che tendono a seguire qualunque moda venga loro proposta.

Perché un abito o un oggetto diventano di moda?

L’imitazione di persone che dettano uno stile è uno dei meccanismi attraverso cui un abito o un oggetto diventano di moda.
A lanciare una moda possono essere i personaggi pubblici:  attori, vip, imprenditori, cantanti, campioni sportivi.
Le aziende per promuovere prodotti e marchi, cavalcano questi meccanismi di imitazione e identificazione.
Scelgono come testimonial personaggi famosi, che ‘interpretano’ meglio lo stile di vita che la marca vuole proporre.
Le persone che si identificano in quello stile, acquisteranno il prodotto.

Può anche accadere che uno stile si affermi ‘dal basso’.
Uno stile che nasce dalla strada, viene rielaborato dagli stilisti che lo fanno diventare moda per tutti.
Le aziende cercano infatti di intercettare le tendenze e gli stili che nascono in maniera spontanea; per questo motivo si affidano ad ‘osservatori’ che hanno il compito di individuare dettagli e nuovi look.
Questi visitano città, locali, ambienti di tendenza ed osservano con attenzione i gusti, i comportamenti e musiche al fine di trovare  nuove fonti di ispirazione.

Come si lancia una moda o una marca?

L’elemento fondamentale è l’immagine.
Questa viene costruita con più strategie, tra queste le sfilate occupano di certo il primo posto.
La sfilata è un evento mediatico che deve fare parlare di sé, essere spettacolare.
Ecco perché,sfilano capi spesso ‘importabili’, che hanno unicamente lo scopo di attirare l’attenzione.

Conta inoltre tutto ciò che costruisce l’immagine, la sponsorizzazione di eventi, il negozio aperto in zone prestigiose, la pubblicità su giornali e tv etc.

Ma cosa stimola il nostro interesse?

In parte basta presentare qualcosa di nuovo perché ai consumatori venga voglia di comprarlo.
L’uomo ha bisogno di novità perché è questa che stimola il suo interesse.
La moda asseconda questa voglia proponendo cose sempre diversepur mantenendosi all’interno di cicli che cambiano in continuazione e che propongono, ‘revival’ , scomparse e ritorni in una altalena continua.

Le aziende propongono prodotti a ritmo sempre più veloce.
Non si possono portare  i vecchi vestiti non perché siano rotti o consumati, ma perché non sono ‘di moda’…così se ne coprano di nuovi.
Dai media, dallo spettacolo e dalla società, arrivano chiari messaggi: è bene rinnovare il guardaroba, poiché più segui le ultime tendenze, più sei di successo ed hai gusto.
Essere alla moda sembra essere diventato  un valore.

Io personalmente non sono una maniaca della moda,.non lo sono mai stata.
Non è una mia passione.
Ho sempre adottato uno stile 'classico' e come racconto QUI , tendo a conservare abiti per anni.

Che rapporto avete voi con la moda?












giovedì, luglio 26

Cani si o cani no?



Proprio sotto casa mia c’e’ un piccolo parco, frequentato per lo più da mamme con i loro bimbi.
Il parco lo scorso anno è stato recintato e l’ingresso avviene attraverso un apposito cancello, questo per tutelare i bambini.
Ma quest’anno si è aperta una diatriba piuttosto controversa.

giovedì, marzo 8

Questione femminile:festeggiamo la donna ogni giorno

Trenta anni fa era ovvio che una donna, dopo la nascita di un figlio, restasse a casa a fare la mamma.
Su 100 donne, 80 restavano a casa e solo un quinto riprendeva a lavorare.
Oggi questo rapporto si è completamente capovolto e la maggioranza delle donne riprende il lavoro, al più tardi dopo un anno dal parto.

L’immagine materna e professionale della donna è quindi completamente mutata, e se questo da una parte rappresenta un potenziale rischio di dissolvimento della famiglia, dall’altro, per la madre, significa vivere individualmente, liberamente, seguendo le proprie potenzialità.
E’ vero anche che, un numero crescente di donne, specialmente negli ultimi anni, ha riscoperto il piacere e l’arricchimento che deriva dal veder crescere ogni giorno i propri figli.
Esse vivono come un sacrificio il dover andare via, il tenere d’occhio l’orologio, il dover imporre un ritmo serrato, necessità che la ripresa del lavoro impone.
Questo  nonostante la nostra società, tenda ad idealizzare il doppio lavoro delle donne ed a prospettare come valida soluzione l’assistenza a tempo pieno dei bambini.

Il problema è che non sempre per la donna è possibile scegliere.

Molte però sono le donne che non si arrendono, ma si inventano lavori del tutto nuovi, che possono essere svolti da casa, sfruttando le nuove frontiere offerte dalla comunicazione, mettendo in campo energie e creatività.
Sia per le madri che tornano al lavoro , sia per quelle che scelgono di restare a casa con i propri figli ci sono vantaggi e svantaggi.
La madre che lavora riceve stimoli e riconoscimenti dal mondo esterno, d’altra parte spesso si sente dilaniata, con la sensazione di dover procedere su due binari diversi; quello familiare e quello lavorativo.
Il vantaggio per la madre a tempo pieno invece, è che può dedicarsi completamente ai figli.
Se apprezza il suo lavoro, la madre a tempo pieno ne ricava gioia e riconoscimento, che non viene però dall’esterno, ma deve imparare a darselo da sé.
Spesso in fatti sono gli altri  ad avere dei problemi di fronte ad un madre del genere, perché purtroppo il lavoro familiare ancora oggi, continua a non venire considerato un lavoro soddisfacente e a non essere  debitamente riconosciuto.
Uno degli svantaggi è che spesso per l’intera giornata questo tipo di madre si ritrova sola, senza alcun adulto con cui parlare. Di tanto in tanto può quindi sentire il bisogno di cambiare aria.
Di certo c’e’ da dire che le madri oggi non hanno vita facile; questo prima ancora di decidere se riprendere il lavoro o no.
Appena rientra a casa dopo il parto, la donna spesso si ritrova sola, priva dei sostegni che un tempo la famiglia estesa offriva.

Per molte donne è un punto d’onore dimostrare di non avere bisogno di nessuno e di farcela da sole.
Tutto questo implica uno sforzo notevole, che produce stanchezza, nervosismo, tensione.

Credo che la donna debba imparare a chiedere aiuto ed a saperlo accettare, adattandosi ai limiti di chi, bene o male, le dà una mano.

In qualsiasi professione c’è il momento dell’attività e quello del riposo  e del tempo libero.
Questo deve valere anche per il lavoro di mamma, altrimenti  la donna non potrà reggere a lungo la situazione e rischierà di incorrere in una crisi da esaurimento delle forze o di essere colta da rassegnazione o indifferenza nei confronti del proprio ruolo.
E’ qui che entra in gioco la figura paterna.
Maternità e paternità nel loro aspetto ideale sono ruoli intercambiabili.
L’uomo può infatti acquisire qualità materne come l’intimità, lo spirito casalingo, e può prendersi cura del bambino, altrettanto quanto la madre è in grado di esprimersi pienamente nel ruolo professionale lavorativo.
Il papà moderno può quindi affiancarsi alla madre, senza aspettare che il figlio sia più grande, è sufficiente dargli il modo e l’occasione di imparare.
Ricordiamoci che la prima esperienza che i bambini fanno è la famiglia. In essa imparano l’autostima, la convivenza sociale e la comunicazione.
Il bambino infatti si forma l’immagine dei comportamenti sociali attraverso le esperienze del rapporto che i genitori vivono tra di loro e con lui; agiscono su di lui due tipi di impressioni, quella che padre e madre esercitano direttamente su di lui con il loro comportamento e quella che deriva dall’immagine che il padre ha della madre e viceversa.
Con le nostre  scelte e comportamenti quotidiani, siamo noi genitori, a determinare la società di domani.

Di fronte al’importanza e alla sacralità di questo compito non è più giusto festeggiare ogni giorno la donna, e con essa l’uomo che la affianca lungo il percorso di consapevolezza e crescita interiore, che la cura della famiglia reca con sé?
Ha ancora senso, mi chiedo, parlare di questione femminile?
Non si tratta forse di un compito che riguarda tutta l’umanità e che necessita del contributo generato dalle forze  sia della donna che dell’uomo, tra loro diverse ma complementari?

mercoledì, marzo 7

Perché è così difficile lavorare serenamente con colleghi e superiori?


Mi sono posta spesso questa domanda. Sicuramente gioca un ruolo fondamentale il fatto che non possiamo sceglierli.  

Mentre al contrario siamo liberi di non frequentare più determinati amici, di tagliare i ponti con genitori, fratelli e parenti vari, se vogliamo mantenere il posto di lavoro, dobbiamo per forza averci a che fare ogni giorno.
Nella mia carriera lavorativa  non sono certo le mancate le discussioni, più o meno animate, con colleghi ma anche con superiori.
Devo ammettere che ogni volta questi ‘scontri’ sono stati occasione per me di profonda riflessione.
Ora sono profondamente convinta che, raramente in un conflitto la colpa è di una parte sola.
Certo non è piacevole sentirsi dire che si hanno un ruolo ed una responsabilità; è molto meglio disquisire su come qualcun altro renda la nostra vita un inferno.
In fondo, a pensarci bene, inveire contro il capo o il collega, anche se a ragione, non ci libera dalla responsabilità di essere persone capaci anche nell’avere a che fare con lui.

Di certo, non possiamo cambiare i nostri colleghi o i nostri capi, ma si può modificare il nostro approccio ed il modo di trattarli, cosa che influirà positivamente sulla nostra vita e ci permetterà di svolgere il nostro lavoro in maniera più efficiente.

Vale forse la pena perdere il sonno, farsi ribollire il sangue, stare male per cose che non possiamo cambiare?
Nutrire risentimento è come bere veleno e aspettarsi che sia l’altro a morire.
La strada più giusta credo sia quella che ci permette di conquistare:

a) la serenità necessaria ad accettare quello che non possiamo cambiare;
b) il coraggio per cambiare quello che possiamo;
c) la saggezza per capire la differenza tra le due cose.

Due  sono due le parole che, secondo me, possono riportare in vita un rapporto personale o professionale:

“HAI RAGIONE!”

Se si smette di insistere sul volere avere ragione a tutti i costi, molte barriere iniziano a crollare. 
In fondo ognuno ha le proprie ragioni, poiché ciascuno vede le cose dalla sua personale prospettiva.
Lasciare che la rabbia salga e scoppi significa vivere lunghi periodi di tensione crescente, intervallati da brevi episodi di sollievo; riuscire invece a mantenersi sereni e tranquilli di fronte a situazioni di stress e di tensione, questo sì che fa sentire bene!

Il libero arbitrio è potere. La nostra vita personale è intrecciata a quella professionale ed il nostro potere decisionale è sufficiente a modificarle entrambe, in meglio.
Siamo dotati di un  potente strumento, l’empatia, per trasformare i nostri capi e colleghi in creature tollerabili. Sta a noi decidere quale è la cosa giusta e farla, tenendo bene a mente che lo stiamo facendo innanzitutto per noi stessi e per il nostro benessere.






La Magia è credere in se stessi: se riusciamo a farlo, allora possiamo far accadere qualsiasi cosa. (Goethe)